Il setaccio arrugginito

 

CONTRO I COSIDDETTI "NUOVI ITALIANI"

Vorrei offrire al lettore una critica dell'intervento che il professore Paolo D'Achille ha fatto in occasione della cerimonia inaugurale dell’anno accademico 2025-2026 dell’Università degli Studi di Ferrara (1). Il professore sostiene sostanzialmente la tesi di un progressivo declassamento dell’italiano a dialetto, tentando di presentare questa riflessione come un’analisi scientifica; tuttavia, il ragionamento non sembra procedere realmente sulla base di fatti, dati o categorie definite con chiarezza, bensì su impressioni, generalizzazioni e giudizi impliciti, spesso lasciati indefiniti. Per questo motivo vorrei sviluppare una critica del suo discorso, soffermandomi in particolare su due questioni centrali: la categoria dei cosiddetti “nuovi italiani” e il ruolo attribuito all’inglese nel mondo contemporaneo globalizzato.

La prima causa del declino il professore la imputa a ciò che lui chiama la “formazione dei nuovi italiani”: madrelingua, ma figli di non italofoni o di chi ha appreso l’italiano come L2. Colpisce che abbia indicato proprio questo come prima causa, legandolo alla forte immigrazione, senza però chiarire davvero cosa intenda per “nuovi italiani”. Io detesto questa categoria perché sono italiano. Al massimo sono “figlio di stranieri o di immigrati”, non “immigrato”: chi nasce in Italia non ha compiuto alcuna migrazione, e chi è nato all’estero ma cresciuto qui non ha scelto volontariamente di emigrare; è stato portato in Italia dai genitori o da altri familiari (2). Capisco che per molti italiani questo sia difficile da comprendere, soprattutto per le generazioni più anziane e per quei giovani che ne hanno assorbito le categorie e il linguaggio senza mai metterli davvero in discussione. Esiste un’Italia dominante, ed è un’Italia costruita dallo sguardo dei vecchi: tutto ciò che non rientra nel loro passato o nella loro visione del mondo viene percepito automaticamente come estraneo. Eppure, nella storia d’Italia, hanno sempre convissuto diverse idee di Italia, talvolta persino nella stessa epoca. Oggi, invece, sembra sopravvivere una sola idea nazionale, fortemente influenzata dall’eredità culturale del Fascismo, di cui molti continuano inconsapevolmente a utilizzare codici e categorie. La mia Italia è minoritaria. È un’Italia in cui, nel rispetto delle proprie origini familiari, si mangia, si vive e si parla in italiano nello stesso spazio geografico e nella stessa comunità nazionale. Quelli che lui chiama volgarmente “nuovi italiani” mi ricordano piuttosto gli homines novi della Roma repubblicana: cittadini che partecipavano alla vita pubblica senza appartenere a famiglie illustri, privi di antenati prestigiosi e di eredità politiche. Provenivano spesso da famiglie plebee e, proprio per questo, venivano guardati con sospetto, ostacolati e scherniti dall’aristocrazia tradizionale. Io provengo da una famiglia ugandese naturalizzata italiana (perlomeno mio padre lo è, mia madre no), e sono nato in Italia, cresciuto in Italia, ho studiato in Italia e qui mi sono laureato. Dunque, pur essendo madrelingua, sarei una delle cause del declino dell’Italia? Il professore non specifica: si limita a dire che il solo fatto di essere madrelingua, o di aver appreso la lingua da non italofoni o da chi l’ha imparata come L2, renda quelli che lui chiama “nuovi italiani” i principali responsabili del declino. Eppure, a suo avviso, nel paragrafo precedente, afferma che è possibile mantenere una competenza naturale della lingua ben oltre due generazioni: «La conoscenza dell’italiano si è mantenuta solo o soprattutto nelle zone ad alta emigrazione, grazie al desiderio di molti nipoti o pronipoti di emigrati di imparare qualcosa della lingua del proprio Paese di provenienza o alla presenza dell’italiano come lingua straniera obbligatoria in alcuni Stati dell’America Latina in cui molti abitanti sono d’origine italiana […]». Parla quindi dei pronipoti di emigrati che, pur non sempre ben istruiti, sembrano possedere quasi naturalmente l’italiano “nel sangue”, in virtù del fatto di essere discendenti di italiani. Allora, nascere e crescere in Italia e formarsi nella scuola pubblica italiana non bastano? Se non sei di sangue italiano, non puoi parlare il “vero” italiano? È difficile capire cosa intenda il professore. Benché il suo intervento inizi con il proposito di invitare a parlare bene l’italiano e a usarlo di più, nella sua argomentazione crea implicitamente una distinzione qualitativa mai esplicitata. Sulla base della trascrizione del suo discorso, sembra che solo gli italiani autoctoni parlino davvero italiano; i “nuovi italiani”, pur essendo madrelingua, ne parlerebbero una versione rozza, barbara, ruvida, incolta, cafona, inesperta, forse persino primitiva.

Cosa ci sarebbe nel sangue dei primi immigrati italiani nei paesi dell’America Latina capace di conservare, nei secoli, una lingua italiana più autentica di quella di chi nasce, cresce, vive e socializza da sempre in Italia? Qui è necessario fare una premessa linguistica. Le nozioni di L1 e L2 indicano il modo in cui una lingua viene acquisita, non l’origine etnica dei genitori. Con L1 si intende la “prima lingua”, ossia quella appresa spontaneamente nei primi anni di vita e utilizzata stabilmente nell’ambiente quotidiano. Questa acquisizione può avvenire in famiglia, ma anche attraverso la scuola, gli amici, i media e la comunità circostante (3). Per questo motivo un bambino nato in Italia da genitori egiziani, ad esempio, può sentire l’arabo in casa ma vivere prevalentemente in italiano all’asilo, a scuola e nella vita pubblica. In casi del genere si può parlare di bilinguismo, di lingua dominante o di lingua ereditaria, ma non automaticamente di italiano L2. Molti linguisti oggi, infatti, rifiutano l’idea che l’italiano sia necessariamente una seconda lingua per chi ha genitori stranieri. Ciò che conta è il processo concreto di socializzazione linguistica. Se una persona nasce in Italia, frequenta scuole italiane fin dall’infanzia, usa l’italiano con amici, media e istituzioni e vive prevalentemente in italiano, allora questa lingua è spesso la sua lingua dominante o una delle sue lingue native. Per questo molti studiosi preferiscono categorie come “bilingui”, “parlanti plurilingui” o “italiani con origini straniere”, evitando etichette burocratiche come “italiano L2”, che finiscono per accomunare situazioni completamente diverse. Non è la stessa cosa un ragazzo arrivato in Italia a sedici anni senza conoscere la lingua e un ragazzo nato e cresciuto a Bologna che usa l’italiano come lingua principale della propria vita quotidiana e possiede magari soltanto una competenza limitata nella lingua dei genitori. Dal punto di vista sociolinguistico, ciò che conta è l’esperienza concreta della socializzazione linguistica: la lingua usata nella vita quotidiana, il percorso scolastico, le relazioni sociali e, più in generale, il contesto umano e culturale in cui una persona cresce. Finora le argomentazioni del professore sembrano alludere a un pensiero razzista e classista. Considerando anche la sua classe anagrafica, non mi sorprende che la sua analisi possa essere contaminata da simili pregiudizi. Il suo ragionamento introduce infatti, in modo confuso ma percepibile, una distinzione tra cittadini “purosangue” e cittadini di seconda classe. Andreotti diceva che “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”. Ammettiamo pure, per assurdo, che il professore abbia ragione. Evidentemente non si riferisce solo a me: il declino sarebbe colpa mia e di tutti quelli come me. Ma in che modo contribuiremmo concretamente ad affondare il Paese? Occupiamo uffici pubblici? Controlliamo la politica? Siamo proprietari della maggior parte delle imprese italiane? La realtà è molto diversa. Gli stranieri residenti in Italia sono circa il 9% della popolazione, e la componente più numerosa non è quella africana subsahariana: prevalgono gli europei dell’Est (soprattutto rumeni e albanesi), che rappresentano il 5% del totale, seguiti da nordafricani e asiatici, che rappresentano il 4% del totale. Le comunità dell’Africa subsahariana rappresentano invece una quota compresa tra il 1% e il 2% del totale (4). Chiariamo inoltre un punto fondamentale. Storicamente, fino a pochi decenni fa, l’Italia era soprattutto un Paese di emigrazione: milioni di italiani partirono verso le Americhe, l’Europa del Nord, l’Australia, il Belgio, la Svizzera, la Germania e altri Paesi. La presenza straniera stabile in Italia, al contrario, era molto bassa fino agli anni ’70. Il cambiamento avviene tra gli anni ’80 e i 2000, per una combinazione di fattori: crescita economica, domanda di lavoro poco qualificato, invecchiamento demografico, apertura dello spazio europeo e crisi geopolitiche nel Mediterraneo e in Africa. Oggi gli stranieri residenti sono circa il 9–10% della popolazione, cioè circa 5–6 milioni di persone. In termini assoluti è un cambiamento enorme rispetto all’esperienza dell’Italia dell’immediato dopoguerra. Questo non è “pochissimo”, ma neanche una maggioranza o qualcosa di vicino a una trasformazione totale della popolazione. Per incidere davvero sul presunto declino dell’italiano, la popolazione straniera dovrebbe essere molto più numerosa, economicamente dominante e culturalmente egemonica. Invece, resta una minoranza e presenta, in media, redditi più bassi rispetto alla popolazione italiana. Inoltre, sempre la popolazione straniera è quasi assente dal dibattito pubblico: i genitori vengono ignorati e i figli, oggi adulti, ancora di più. In Italia sembra che il razzismo coincida solo con l’insulto esplicito, con la frase urlata apertamente. Eppure, il razzismo sistemico si manifesta in forme molto più sottili: quando un cognome basta a escluderti da un lavoro; quando qualcuno presume che tu abbia problemi con il permesso di soggiorno nonostante tu sia cittadino italiano; quando una persona percepita come straniera viene considerata meno affidabile o meno rappresentativa del Paese. Questi atteggiamenti determinano concretamente opportunità negate e rapporti di potere. E paradossalmente, vorrei quasi che fosse vero ciò che sostiene il professore, perché significherebbe vivere in una società davvero aperta, meritocratica e inclusiva. In realtà la popolazione straniera in Italia è stata spesso relegata a ruoli subordinati da tutto l’arco politico: forza lavoro da sfruttare nei campi o nell’assistenza domestica, soggetti da sorvegliare, oppure persone da trattare con un paternalismo viscido che maschera forme di ipersfruttamento (5). Tutto questo si alimenta di stereotipi sedimentati nella cultura italiana, anche attraverso la propaganda fascista e ottocentesca, mai davvero scomparsi. Non capisco quindi come si possa sostenere che i homines novi italiani siano addirittura la prima causa del declino della lingua italiana. Mi si potrebbe obiettare che il professore non intendesse attribuire il deterioramento della norma standard specificamente ai figli dell’immigrazione; tuttavia, il testo accosta troppo strettamente due piani diversi: da un lato, il dato sociolinguistico dell’immigrazione e dei cosiddetti “nuovi italiani”; dall’altro, la critica alla perdita della norma standard. Questa sovrapposizione può far emergere l’idea di un rapporto causale forte tra la presenza degli immigrati e il “peggioramento” dell’italiano. Sarebbe stato più scientifico, invece, scegliere di distinguere con maggiore chiarezza questi livelli: da una parte i cambiamenti dovuti al contatto linguistico e alle trasformazioni demografiche; dall’altra i fenomeni di semplificazione, impoverimento lessicale o anglicizzazione, che hanno cause più ampie e non riconducibili automaticamente alla sola presenza migratoria. La riflessione del professore, inoltre, sembra concepire la lingua italiana come un orpello borghese: se nel tuo lessico non comparissero “poscia” o “indarno”, allora non saresti davvero italiano. Io, invece, vorrei offrire quest’ulteriore riflessione.

UNA LINGUA VITUPERATA DALLA NOIA E DALL’INSOLENZA PATRIZIA

La lingua è quanto di più intimo un popolo possa condividere. E per popolo non intendo un semplice aggregato umano, bensì una comunità di destino: individui che si riconoscono reciprocamente attraverso codici, simboli e memorie tramandate nel tempo e custodite nella lingua stessa. Apprendere una lingua significa entrare in relazione con il passato, ma anche imparare a descrivere il mondo esterno e quello interiore attraverso questi codici.

Nessun rancore personale: è soltanto il momento in cui il monologo incontra il contraddittorio e scopre che anche le idee possono prendere qualche pugno.

Una persona parla bene una lingua non quando ostenta arcaismi o raffinatezze artificiali, ma quando riesce a trasmettere con sufficiente precisione la propria esperienza del mondo, del dolore, della gioia, della memoria e delle relazioni umane. E questo processo non è mai semplice, perché gli esseri umani sono diversi e possiedono visioni del mondo differenti. La lingua fornisce percorsi comuni, ma lascia anche la libertà di crearne di nuovi. Il problema dell’italiano contemporaneo, allora, non è la presenza dei “nuovi italiani”, ma il modo in cui la classe dirigente italiana utilizza l’inglese come uno strumento di distinzione sociale. L’inglese non è il nemico. Il problema è l’uso simbolico che se ne fa: una clava sociale per marcare status, istruzione e appartenenza di classe. Gli italiani, nel complesso, non parlano bene l'inglese (6). Eppure, in ambienti aziendali, universitari e mediatici, proliferano anglicismi spesso usati in modo improprio o superficiale: “meeting”, “call”, “deadline”, “smart working”. Non si tratta di vero bilinguismo, ma spesso di un'esibizione sociale. Mi ha sempre colpito come dirigenti e amministratori ai vertici di aziende pubbliche e private italiane possano avere una conoscenza dell'inglese estremamente limitata, se non addirittura inesistente, senza che ciò metta in discussione la loro competenza. Al contrario, chi prova a esprimersi in una lingua diversa dall'italiano viene spesso deriso. Le prese in giro rivolte a Matteo Renzi per il suo inglese sono emblematiche: si può discutere del livello linguistico, certo, ma non dovrebbe mai essere motivo di scherno il fatto stesso di tentare di comunicare in una lingua straniera. Ancora più sorprendente è vedere, ancora oggi, connazionali che non parlano inglese prenderlo in giro, come se fossero tutti laureati presso l’Università di Oxford. In Italia l’inglese viene spesso vissuto non come strumento culturale, ma come marcatore di classe. Molti italiani hanno con questa lingua un rapporto traumatico: viene insegnata male, genera ansia sociale e produce insicurezza. Per questo, ai miei occhi, il rapporto italiano con l’inglese somiglia meno a una forma di erudizione e più a una dinamica di colonizzazione culturale indiretta. Nascono così forme ibride e spesso grottesche: “spoilerare”, “triggerare”, “smart working”, “call”, termini decontestualizzati che non arricchiscono davvero l’italiano ma lo impoveriscono. In assenza di un qualche novello D’Annunzio capace di elaborare alternative linguistiche autentiche, l’italiano finisce per piegarsi non tanto all’inglese, quanto a una sua caricatura pseudo-manageriale, spesso legata a un certo milieu urbano e borghese. E allora la domanda sorge spontanea: possibile che il professore non veda tutto questo? Perché concentrarsi sui homini noves italiani e non sulle dinamiche culturali, economiche e classiste che stanno realmente trasformando la lingua italiana? Il rischio è che si finisca per indicare i sintomi anziché le cause reali, perpetuando il problema invece di comprenderlo davvero. Ministero del Welfare, Ministero delle Imprese e del Made in Italy, deregulation, “Jobs Act” (espressione di derivazione angloamericana impropriamente usata nel contesto del diritto italiano): i politici, specchio del Paese e insieme acceleratori straordinari del declino, sono tra coloro che maggiormente contribuiscono allo scempio della lingua italiana. L’analfabetismo funzionale permea gran parte della comunicazione pubblica italiana e il suo principale veicolo sembra essere, paradossalmente, proprio l’apparato statale. Le istituzioni e i loro rappresentanti politici producono spesso messaggi oscuri, difficili da comprendere e lontani dai principi di una comunicazione efficace quando si rivolgono ai cittadini. Tale inadeguatezza viene frequentemente mascherata attraverso un linguaggio artificiosamente ricercato, che sfocia nell’oscurità, oppure mediante formulazioni volutamente ambigue, incoerenti e talvolta illogiche (7). A ciò si aggiunge l’uso ostentato di termini inglesi, impiegati non per reale necessità comunicativa, bensì per conferire un’apparente autorevolezza e superiorità. Il risultato non è l’espressione di un rapporto istituzionale fondato sulla competenza o sulla legittima autorevolezza, bensì la costruzione di una relazione di sudditanza simbolica tra chi comunica e chi riceve il messaggio. A questi si aggiungono molti colleghi del professore nelle università italiane che, pur godendo della sua compagnia, a quanto pare non sembrano essere altrettanto ligi nel seguire i suoi consigli.

L’INTELLIGENZA NAZIONALE SOTTO ASSEDIO DI GRANDI INTERESSI PRIVATI STRANIERI CHE ADOTTANO ARMI TRANSDIGITALI

Il professore affronta anche la questione della perdita della sacralità della scrittura, ma, a mio avviso, in modo assai timido. L’avvento dell’era digitale ha comportato non solo un aumento delle disuguaglianze, ma anche una generale perdita di rispetto per le abilità e le competenze. Le tecnologie di cui oggi disponiamo non sono in mano italiana: sono proprietà di attori privati americani e si fondano su una premessa che influenza profondamente il nostro modo di vivere, persuadere, distrarci e orientare le nostre azioni in modo subdolo, sottraendo tempo alla lettura, alla riflessione e alla scrittura. In nome dell’efficienza ci viene detto che non abbiamo più tempo, che queste tecnologie sono la soluzione, mentre si assiste a un progressivo discredito delle attività del pensare, dello scrivere e del creare con le mani. Mestieri come quelli dell’operaio e dell’artigiano (storicamente centrali in ogni cultura) richiedono tempo e dedizione e, per questo, sono sempre stati motivo di riconoscimento sociale. Oggi, invece, sembra essere diventato motivo di prestigio manipolare se stessi, gli altri, financo i mercati finanziari attraverso questi strumenti digitali. In questo contesto, il cittadino non è più tale, bensì consumatore e cliente. Anche l’intelligenza artificiale contribuisce a questa svalutazione del lavoro: rende più efficienti i processi produttivi, ma in Italia ciò non si è tradotto né in un aumento della produttività complessiva né in un incremento dei salari. Al contrario, si assiste a un ulteriore svantaggio per i cosiddetti “homines novi”, per i lavoratori delle classi media e bassa, costretti a lavorare di più per emergere, anche solo per scrivere o pensare in autonomia, mentre vengono progressivamente “sequestrati” da strumenti tecnologici fuori dal controllo nazionale. Trattare quindi l'intelligenza artificiale alla stregua di una semplice tecnologia digitale è riduttivo e fallace. Per questo motivo parlo di tecnologia transdigitale, intendendo una tecnologia che non si limita alla mera elaborazione digitale dell'informazione, ma che attraversa i confini tra l'ambiente digitale, i processi cognitivi umani e la realtà materiale, contribuendo a ridefinirli. A ciò si aggiunge una forma di accettazione passiva del presente dominante in Italia: l’idea che solo nella Silicon Valley si producano strumenti in grado di definire come dovremmo nascere, vivere e morire, mentre le comunità non avrebbero più alcuna reale sovranità nel determinare il proprio modello di vita. In Italia si vive nella rassegnazione che il futuro non passi più per il Bel Paese, ma che sia qualcosa che accada fuori. Sarebbe necessario rifiutare questa realtà imposta e provare a ridisegnarla collettivamente, per sé e per le generazioni future; tuttavia, l’Italia è il secondo paese più anziano del mondo e il primo nell’Unione europea, e ciò ha conseguenze (8). In buona sostanza, se l’italiano sarà declassato al rango di dialetto, è perché gli italiani hanno rinunciato a descrivere il XXI secolo in italiano. In questo quadro, ciò che sta realmente erodendo l’italiano non è tanto un supposto declino “interno”, quanto la reificazione del mondo e la civiltà dei consumi. In un Paese dove si eredita quasi tutto, tranne la cultura, il problema non è l’assenza di lingua, ma la sua trasformazione in uno strumento secondario rispetto al mercato. E quale sarebbe la risposta del professor Paolo D'Achille? Le sue reminiscenze di quanto gli manchi fare aperitivo con Pietro Bembo lungo l’Arno?

L’INGLESE NON SALVERÀ L’ITALIANO, GLI ITALIANI, NÉ L’ITALIA

Poi c’è un altro aspetto che il professore sembra ignorare: molti italiani più anziani parlano un italiano non sempre particolarmente raffinato e, soprattutto, spesso distante dalla sensibilità del presente. Perché, se è vero che i cambiamenti dovuti al contatto linguistico e al mutamento demografico connesso alla forte immigrazione hanno un loro peso, ha anche un rilievo il rapido incremento dell’invecchiamento della popolazione e il conseguente degiovanimento qualitativo del Paese (9). L’Italia è infatti uno dei Paesi più anziani al mondo e questo dato comporta conseguenze non solo sociali ed economiche, ma anche linguistiche.

È anche per questo che molti giovani percepiscono l’inglese come la lingua della libertà e del cambiamento. Quando si parla di gender pay gap, ossia di divario retributivo di genere, il termine inglese non richiama soltanto un fenomeno economico, ma anche una storia di presa di coscienza, mobilitazione e lotta politica. Non è semplicemente una parola: è un immaginario d'azione. In Italia, invece, “divario retributivo di genere” resta per molti un’espressione fredda, descrittiva, priva di forza sociale, anche perché inserita in un contesto culturale ancora profondamente sessista. Non è che l’italiano sia privo di un lessico rivoluzionario o incapace di esprimere il cambiamento. Il problema è che gran parte dei parlanti socialmente dominanti (spesso appartenenti alle generazioni più anziane) continua ad articolare pensieri conformisti, sessisti o razzisti, perpetuando modi di ragionare ormai in contrasto con i problemi della realtà contemporanea e con quell’afflato di rinnovamento che invece esiste in segmenti giovani e in taluni meno giovani della società. Questo desiderio di cambiamento si scontra però con l’irriformabilità e la miopia intellettuale di ampi settori della società italiana che, dall’alto della loro noia patrizia, continuano ad amministrare ed ad ampliare i propri interessi su questa “fetida ruina”, per usare un’espressione di Gabriele D'Annunzio.

La maggiore competenza dell’inglese da parte dei giovani italiani non dev’essere quindi letta come una forma di amore per la lingua degli albionici, né come un segno spontaneo di erudizione o di apertura culturale. Il professore Paolo D'Achille (e non è il solo) tende infatti a formulare una constatazione in modo del tutto irriflesso, scambiando la crescita delle competenze in inglese tra i giovani italiani per una sorta di progresso lineare, quasi romantico, fatto di eccellenze e “cervelli in fuga”, senza interrogarsi fino in fondo sulle condizioni materiali che la producono. Dietro questa lettura si rischia però di occultare una realtà più dura: quella di una generazione in larga parte impoverita, che, pur esprimendo il proprio disagio in italiano, non trova ascolto e non dispone né dei numeri né della forza sociale per trasformarlo in cambiamento. Come afferma lo stesso professore: «Il fatto che la conoscenza dell’inglese sia oggi indispensabile non può e non viene messo in dubbio da nessuno e, bisogna ammetterlo, è certamente positivo che le competenze linguistiche in inglese presso le generazioni più giovani siano costantemente in crescita». Eppure, questa crescita va letta anche in un’altra direzione. I giovani italiani si vedono spesso obbligati ad apprendere l’inglese nella speranza di costruirsi una vita dignitosa, spesso al di fuori dei confini nazionali. In Italia, per una parte consistente della popolazione, senza il sostegno economico delle famiglie di origine (genitori e nonni) risulterebbe difficile persino mantenere il tenore di vita di cui hanno sempre goduto a casa dei propri genitori. Questo quadro si intreccia con uno squilibrio strutturale più ampio, legato allo strapotere politico, economico e sociale di fasce generazionali più anziane, ancora saldamente al timone, che continuano a orientare e manovrare le principali dinamiche del Paese. In questa prospettiva, è forse più accurato dire che a spingere gli italiani verso lo studio dell’inglese sia, per tanti, la rassegnazione alle difficoltà di realizzarsi nel Paese in cui sono nati e cresciuti e, per altri, una vera e propria necessità economica e sociale. In questo contesto, paradossalmente, sapere l’italiano e sapersi esprimere in italiano in Italia, per molti, non rappresentano più un vantaggio competitivo né uno strumento sufficiente di mobilità sociale. La soluzione, allora, non è una sterile nostalgia per qualche sorta di imprecisa vetusta purezza linguistica, ma un maggiore confronto (e anche scontro) generazionale. Ridefinire le regole del mercato del lavoro, redistribuire potere e possibilità di parola, significherebbe anche donare nuova linfa vitale al linguaggio stesso: trovare parole nuove, oppure caricare di significati nuovi parole italiane ormai svuotate o desuete.

CONCLUSIONE

Concludo dicendo che il discorso del professore sui cosiddetti homines novi italiani, pronunciato in un’università italiana e davanti a studenti molti dei quali appartengono proprio a quella realtà, finisce per risultare uno schiaffo al lavoro e al merito di persone e famiglie che hanno semplicemente messo al mondo bambini e bambine che, fin dalla nascita, passando dai banchi di scuola fino all’università e alla vita adulta, studiano, lavorano e vivono insieme agli altri italiani: italiani tra italiani. Persone che in Italia hanno vissuto, studiato e costruito interamente la propria esperienza umana e culturale. Il testo avrebbe potuto evitare più chiaramente l’effetto di associazione implicita tra immigrazione e declino della norma standard, distinguendo meglio la descrizione sociolinguistica dal giudizio normativo. Piero Calamandrei descriveva la scuola come un organo centrale della democrazia, un vero e proprio organo costituzionale, perché chiamato a risolvere quello che considerava il problema fondamentale della democrazia: la formazione della classe dirigente del Paese. E per “classe dirigente” non intendeva soltanto quella politica, ma anche quella tecnica e culturale: persone capaci di guidare officine e aziende, ma anche insegnanti, scrittori, artisti, musicisti, professionisti e poeti. Calamandrei sosteneva che la classe dirigente dovesse essere aperta e continuamente rinnovata attraverso l’afflusso verso l’alto degli elementi migliori provenienti da tutte le classi sociali e da tutte le categorie. È precisamente questo il senso dell’Articolo 34 della Costituzione della Repubblica Italiana: “La scuola è aperta a tutti” e “i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Nel discorso del professore Paolo D'Achille questo principio mi appare invece molto sbiadito. Anzi, il suo intervento rischia di rafforzare proprio quelle forze oscure che guardano con sospetto l’afflusso verso l’alto di alcune classi e categorie, come se l’accesso pieno alla cultura e alla cittadinanza dovesse restare implicitamente riservato a pochi.

Mi stupisce che quasi nessun giornale abbia riportato il fatto che, secondo questa impostazione, la prima causa del declino dell’italiano (almeno nella prospettiva attribuita all’Accademia della Crusca) sarebbe la “formazione dei nuovi italiani”. Questo silenzio forse conferma quanto spesso si preferisca non leggere davvero, non confrontarsi fino in fondo con le idee, oppure evitarle per quieto vivere, senza metterle in discussione nemmeno quando risultano problematiche. O, peggio ancora, potrebbe indicare che affermazioni simili siano, in fondo, condivise da ampi segmenti della società italiana. E se così fosse, allora il problema sarebbe ancora più profondo: una società incapace di cambiare perché, in realtà, non vuole cambiare, e che ha semplicemente scelto una spiegazione comoda a cui aggrapparsi. Io, ad ogni modo, ciò che avevo da dire l’ho detto.

Parlerei ancora, cara lettrice e caro lettore, se le parole avessero il potere di dare coraggio ai vigliacchi; per i valorosi credo di aver detto abbastanza, perché sanno che il setaccio lascia passare tutto e che forse ce n’è bisogno di uno nuovo.

BIBLIOGRAFIA
 

1)     Intervento che il presidente Paolo D’Achille ha tenuto il 24 marzo 2026 a Ferrara, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026 dell’Università di Ferrara, su invito della Rettrice dell’Ateneo estense (nonché presidente della CRUI), la professoressa Laura Ramaciotti. L’italiano tra passato, presente e futuro
https://accademiadellacrusca.it/en/contenuti/litaliano-tra-passato-presente-e-futuro/46339

2)     LA RETE G2 SECONDE GENERAZIONI
https://www.secondegenerazioni.it/about/

3)     Krashen, Stephen D. Principles and Practice in Second Language Acquisition. 2nd ed. Oxford: Pergamon Press, 2009. First published 1982; Grosjean, François. Bilingual: Life and Reality. Cambridge, MA: Harvard University Press, 2010; Cummins, Jim. Language, Power and Pedagogy: Bilingual Children in the Crossfire. Clevedon: Multilingual Matters, 2000; Duranti, Alessandro. Linguistic Anthropology. Cambridge: Cambridge University Press, 1997; Gumperz, John J., and Dell Hymes, eds. Directions in Sociolinguistics: The Ethnography of Communication. New York: Holt, Rinehart and Winston, 1972. Reprinted editions available (notably 1986 Wiley reprint edition).

4)     I cittadini rumeni rappresentano circa il 19–20% degli stranieri residenti in Italia (ISTAT, 2025).
Gli albanesi circa il 7–8%, i cittadini cinesi circa il 5–6% (ISTAT, 2025).
La popolazione africana complessiva rappresenta circa il 10–12% degli stranieri, con prevalenza del Nord Africa rispetto all’Africa subsahariana (ISTAT, 2024–2025; ISMU, 2024).
Bilancio demografico e popolazione residente straniera per cittadinanza, ISTAT

5)     ISMU, Rapporto sulle migrazioni in Italia. 31st Italian Report on migrations 2025. THE LABOUR MARKET. Employment outcomes of immigrants and critical issues. pp. 51-55
https://www.ismu.org/wp-content/uploads/2026/05/31st-Italian-Report-on-Migrations-2025.pdf

6)     Il più ampio rapporto internazionale sulla competenza dell'inglese nel mondo, ITALIA #65
https://www.ef-italia.it/epi

7)     Vedovelli, Massimo. “La comunicazione sociale: svolta linguistica e nuovi analfabetismi nell’Italia contemporanea.” Italian Canadiana 19 (2005). pp. 189-194.  Pubblicato online il 25 gennaio 2023. https://doi.org/10.33137/ic.v19i.40155.

8)     Indicatori demografici - Anno 2025 ISTAT, p. 9
https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/03/Report_Indicatori-demografici_Anno-2025.pdf

9)     Degiovanimento e longevità: come cambia l’equilibrio tra le generazioni
https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-05/quo-109/degiovanimento-e-longevita-come-cambia-l-equilibrio-tra-le-gener.html; Una gioventù debole in un paese sempre più vecchio
https://lavoce.info/archives/103313/una-gioventu-debole-in-un-paese-sempre-piu-vecchio/